16 febrero 2026

L’eleganza dell’enigma: “Senza i libri sarei impazzito”

Entrevista de Francesco Subiaco - pangea.news - 16/02/2026

«Mi ha salvato dalla noia», rispose sbadigliando. «Ahimè! già la sento tornare. La mia vita non è che un continuo sforzo per sfuggire alla banalità dell’esistenza. E questi piccoli problemi mi aiutano». (Arthur Conan Doyle, La lega dei capelli rossi)

È un romanzo-enigma, un labirinto narrativo complesso, fitto di citazioni, dettagli e rimandi, che rigenera la grande tradizione del giallo deduttivo. Ma è anche un saggio mascherato da romanzo: una riflessione sull’ambiguità, sulla detective story e sull’arte narrativa dell’inganno. In cui in controluce si intravedono i meccanismi di Agatha Christie, gli artifici di Conan Doyle e una certa eleganza da conversazione colta, quasi mondana, che rimanda alle memorie hollywoodiane di David Niven.

Questo è 'Il problema finale' di Arturo Pérez-Reverte, tra i romanzi più apprezzati dello scrittore spagnolo, pubblicato in Italia da Settecolori. Un libro che si presenta come un delitto della camera chiusa e che sembra rispettare tutte le regole del genere solo per poi, al tempo giusto, rivoltarle contro il lettore. A indagare è Basil Hoppalong, attore al tramonto che per anni ha interpretato Sherlock Holmes sulle scene e che ora si trova a incarnarlo nella realtà. Il vero duello però non è soltanto tra attore-investigatore e assassino; bensì tra autore e lettore. Pérez-Reverte costruisce, infatti, un duello serrato, una sfida all’ultimo indizio, all’ultima citazione, all’ultima pagina.

Il romanzo costituisce un “Otto e mezzo” del giallo deduttivo, dove il genere riflette su se stesso e ne svela i meccanismi per farli riscoprire in tutto il loro mistero. Ma Pérez-Reverte non è scrittore di genere: in tutte le sue opere tra le pieghe del racconto emerge una profondità tragica, un’idea di scrittura che pur rigettando pedanti rimandi sa farsi portatrice dello stile come potenza isolatrice, eterna giovinezza e richiamo avventuroso verso questi e altri mondi. Un carattere che emerge anche negli altri inediti che verranno pubblicati in esclusiva da Settecolori e che l’autore presenterà ai lettori nelle tappe del suo viaggio italiano il 28 febbraio a Firenze e il primo marzo a Pistoia organizzate dall’editore Manuel Grillo. Abbiamo pertanto incontrato l’autore per conoscere meglio i nodi della sua opera e la genesi di Problema finale. 

Come nasce Il problema finale e che posto occupa all’interno della sua produzione?

Le mie opere nascono sempre nella biblioteca di una vita. Il problema finale, in particolare, nasce dall’accumulo di moltissimi anni di letture appassionate, divertite e affascinate di romanzi polizieschi. Ho sempre sostenuto che non esistono confini netti tra alta e bassa letteratura. Ci sono periodi in cui il lettore cerca profondità e riflessione, altri in cui desidera evasione, enigma, gioco. La forza della letteratura sta proprio nel rispondere alle diverse esigenze di uno stesso lettore. Sono stato, del resto, un lettore di romanzi polizieschi fin da giovanissimo.

Quali?

Agatha Christie, Erle Stanley Gardner, Conan Doyle, Edgar Wallace, Nicholas Blake, i grandi maestri del mistero e dell’enigma. Poi, col tempo, mi sono allontanato da quel genere: ho letto altro, sono cresciuto, ho viaggiato, ho scritto romanzi diversi. Ma con l’età ho riscoperto quanto il poliziesco sappia offrire un piacere particolare. Quando si è letto molto, tornare all’ingenua emozione delle prime letture, a quello stupore originario, regala un piacere raro.

Da ciò la genesi di questo libro…

Esattamente. Ho deciso di mettermi alla prova: applicare tutto ciò che avevo letto e imparato, seguendo le regole della narrativa poliziesca classica, il canone che avevo assimilato da giovane, per vedere se fossi ancora capace di costruire un grande enigma. Mi interessava soprattutto una cosa: oggi la narrativa gialla classica è stata in gran parte sostituita da una letteratura più dura, più urbana, fatta di poliziotti disillusi, violenza, sangue. L’eleganza dell’enigma sembrava qualcosa di antiquato. Mi sono chiesto se fosse possibile riportare quel modello classico nel presente, renderlo efficace per un lettore contemporaneo, ormai esperto e smaliziato. La vera sfida era proprio questa. Scrivere un romanzo che mettesse alla prova un lettore che conosce già il genere. Volevo un libro in cui detective e assassino, autore e lettore, si affrontassero direttamente.  Questo era il cuore del progetto.

Che cosa la affascina dell’arte narrativa dell’inganno?

Il funzionamento. Il cuore dell’enigma. Un buon romanzo poliziesco, se riletto, mostra con chiarezza quanto il lettore sia stato ingannato — proprio lì risiede il piacere. Per questo, prima di scrivere, ho passato due anni a “saccheggiare” la mia biblioteca: ho riletto tutta la grande letteratura poliziesca, cercando trucchi, strutture, artifici narrativi, segnando le trappole già utilizzate mille volte. Il lettore conosce quei trucchi. Sa che li conosco anch’io. Allora, come sorprenderlo? Come fargli abbassare la guardia usando proprio la sua competenza? Era una sfida sottile: giocare con la sua memoria letteraria, sfruttarla contro di lui, trasformare la sua esperienza in una debolezza.

Le è piaciuto realizzare questo romanzo enigma?

È stato un divertimento meraviglioso. Scrivere questo romanzo mi ha reso felice. Ogni romanzo è sempre uno sforzo: una struttura da reggere, personaggi da costruire, tensione da mantenere. In questo caso c’era qualcosa in più: la complicità. Il problema finale è un libro pensato per lettori consapevoli, lettori che conoscono il genere (anche se non solo per loro). Più ne sanno, più si divertono, perché non sono semplici spettatori, ma partecipanti attivi. Non volevo un lettore che osservasse la storia dall’esterno. Volevo un lettore coinvolto, chiamato in causa, costretto a pensare, a sospettare, a sbagliare. Un lettore che gioca davvero la partita fino all’ultima pagina.

Per alcuni scrivere è una forma di nostalgia. Il problema finale è un ritorno alle sue letture, a un’altra epoca della narrativa?

Senza dubbio c’è una componente nostalgica, ma non si tratta di un pastiche. Il problema finale non è un’imitazione, né un’operazione epigonale. Non volevo rifare Dieci piccoli indiani, né ripetere Assassinio sull’Orient Express o Il mastino dei Baskerville. Non mi interessava copiare modelli già esistenti, ma piuttosto giocare con essi. È un romanzo vivo che usa meccanismi narrativi conosciuti per costruire qualcosa di nuovo. Volevo evitare la nostalgia fine a sé stessa, ecco. Certo, riaffiorano la memoria e l’infanzia: le serate a casa dei nonni, mio padre che leggeva vicino al camino. C’è anche una certa nostalgia per un mondo che non esiste più: un modo di vestirsi, di parlare, di relazionarsi. Ho nostalgia dell’educazione, delle buone maniere, che oggi vedo scomparire sempre di più, in Europa e non solo. Ma, insisto, tutto questo era secondario rispetto alla sfida principale: capire se fosse possibile costruire un meccanismo narrativo nuovo usando ingredienti classici. Poi, naturalmente, è il lettore a giudicare se il risultato funziona.

Parliamo del protagonista. Chi è Hoppy?

Basil Hoppalong nasce dall’incrocio di molte passioni. Io sono stato un grande cinefilo. Sono nato nel 1951, in un’epoca in cui in Spagna la televisione ancora non esisteva. La televisione l’ho conosciuta intorno ai dodici anni. Prima di allora leggevo e andavo al cinema: cinema e libri erano il mio mondo. Ricordo benissimo i film di Sherlock Holmes interpretati da Basil Rathbone, che da bambino era il mio attore preferito. Non solo per Holmes: penso, ad esempio, al Capitan Blood di Sabatini, in cui Rathbone interpreta un pirata e duella sulla spiaggia in una scena memorabile. Per me Basil Rathbone è stato – e resta – il miglior Sherlock Holmes della storia del cinema. Ce ne sono stati altri bravissimi, ma nessuno, a mio avviso, ha raggiunto quel livello.

Il cinema gioca dunque un ruolo chiave…

Il romanzo è pieno di rimandi al cinema che ho visto, ai personaggi e alla letteratura di quell’epoca. Il romanzo ha due livelli di lettura. C’è il lettore “normale”, che si avvicina al libro senza particolari competenze di genere, come a una storia nuova. E poi c’è il lettore esperto, quello che riconosce i riferimenti, che coglie gli ammiccamenti, che sa che ogni pagina è disseminata di segnali pensati per lui. Quel lettore prova un piacere supplementare: è un lettore complice, che dialoga con l’autore, che lo anticipa, che sospetta, che si difende. È un duello continuo, non tra detective e assassino, ma tra autore e lettore. Questo gioco, questo confronto diretto, mi interessava molto. In fondo, nel duello ho messo tutto ciò che amo: il cinema, la letteratura, l’immaginario che ha riempito la mia giovinezza. Ed è lì che Il problema finale trova, forse, la sua ragion d’essere più profonda.

Lei ha dichiarato: “Per me ogni romanzo è come una nuova battaglia, quando comincio il primo capitolo mi sento sempre giovane”. Che cos’è, per Arturo Pérez-Reverte, il vizio dello scrivere?

Le battaglie invecchiano. Lo so bene, so di cosa parlo. Si combatte, si vince o si perde, ma poi si è stanchi: si ha il sangue sulle mani, si accumulano ricordi pesanti, si porta il peso di ciò che si è vissuto. Si invecchia. Si è giovani solo alla vigilia della battaglia. Ecco perché affrontare ogni nuovo romanzo come una battaglia significa, per me, tornare giovani. Quando inizio una nuova storia mi sento ringiovanito, lucido, pronto al combattimento. È una sensazione di energia, di attesa, di felicità straordinaria. Non scrivo per necessità economiche. Ho risolto la mia vita materiale da molto tempo: i miei libri si vendono in quaranta Paesi, ho milioni di lettori. Non scrivo per questo. Scrivo perché ho settantaquattro anni e sono stanco di molte cose. Ma ogni mattina, sedermi alla scrivania e tentare di vincere una nuova battaglia narrativa, provare a portare ancora una volta il lettore con me, mi fa sentire giovane. Ogni romanzo che termino mi arricchisce. Ogni romanzo che comincio mi ringiovanisce. Scrivere è la mia momentanea eterna giovinezza. 

Il suo rapporto con la lettura è cambiato nel tempo? Cosa legge oggi?

Ho letto e viaggiato tutta la vita e continuo a farlo. Ogni volta che vado a Napoli – la città che preferisco in Italia – torno sempre con la valigia piena di libri. Compro di tutto. L’italiano lo parlo male, ma lo leggo bene. Con l’età succede una cosa curiosa: la grande letteratura che “bisogna” leggere, a un certo punto, l’hai già letta quasi tutta. Le grandi scoperte sono rare. Così oggi rileggo molto. Ho studiato greco e latino, i classici sono stati fondamentali per me. Sallustio, Tito Livio, Seneca, Senofonte, Omero, Virgilio: ciò che ho imparato da loro mi è servito nella vita. Quando ho vissuto la guerra, l’orrore, il dolore, avevo già visto tutto nei libri. Questo mi ha salvato: la guerra non mi ha fatto impazzire, non mi ha distrutto. Ha avuto, per me, anche un valore intellettuale. Oggi rileggo i classici greci e latini. Stamattina, per esempio, leggevo le Lettere a Lucilio di Seneca. E nel pomeriggio, un poliziesco di Elmore Leonard. La narrativa poliziesca mi diverte, mi ossigena, mi dà energia. È come bere un buon caffè forte. O, se vuole, come una Coca-Cola ben fredda.

Tra le sue letture ci sono anche autori italiani?

Per me gli italiani sono fondamentali. Al di là dei classici, tutto Malaparte è stato per me importantissimo: Kaputt e La pelle sono stati libri decisivi, come lettore e come scrittore. E naturalmente Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: per me è una delle grandi opere della letteratura mondiale. Ne possiedo una prima edizione, leggerlo fa parte dei miei piccoli rituali domestici. È un libro che amo profondamente. Ci sono poi libri italiani che mi hanno segnato da giovane. L’amante senza fissa dimora di Fruttero e Lucentini, per esempio: una storia apparentemente leggera, ambientata a Venezia, che mi colpì profondamente. E poi Cuore di Edmondo De Amicis. Lo lessi da ragazzo perché era stato il libro di scuola di mia madre. Alcuni episodi mi emozionano ancora oggi: il tamburino sardo, il piccolo scrivano fiorentino, il falegname reduce di guerra che saluta il re.

Tra i classici italiani del Novecento?

Nella mia biblioteca gli italiani sono fondamentali: da Manzoni a Moravia, da Calvino a Fenoglio. Li ho letti per tutta la vita e continuo a rileggerli.

Lei ha detto: “Un tempo la cultura era utile alla società, oggi è un analgesico”. Quale dovrebbe essere il ruolo della letteratura? 

Qui rischio di rispondere in modo brutale. Rispetto profondamente gli scrittori che credono che la letteratura possa cambiare il mondo e rendere le persone migliori. È un’aspirazione nobile. Non è la mia. Dubito che la letteratura renda il mondo migliore. Compete con troppe altre cose. Io scrivo perché sono felice scrivendo. Non ho un obiettivo morale, apostolico o salvifico. Non sento il dovere di migliorare l’umanità. Ci sono libri che cambiano la vita, certo. Ma io non aspiro a questo. Sono più umile: racconto storie perché mi piace farlo e perché mi piace condividerle con i lettori. Già da bambino, a scuola, raccontavo storie ai miei compagni, stando in piedi davanti a loro. Non ho un principio morale che governi la mia scrittura. Posso scrivere di personaggi infami, perversi, spregevoli – lo faccio spesso. La vita è fatta di bene e di male, e io uso tutto questo per raccontare storie. 

Oggi però sembra che al romanziere venga chiesto anche un posizionamento morale. Che ne pensa?

Uno scrittore è il risultato dei suoi libri. Nient’altro. Uno scrittore è ciò che pubblica. Il problema, oggi, è che esiste una parte del pubblico che pretende dall’autore non solo una storia, ma un allineamento morale ed etico. Si chiede alla narrativa di aderire agli schemi morali del XXI secolo, di rispettare codici extraletterari ed extranarrativi. Questo, per me, è un problema serio. Io, per fortuna, non lo vivo più: sono anziano, ho i miei lettori, il mio percorso è definito. Se fossi un giovane autore ne sarei preoccupato. Oggi sarebbe quasi impossibile raccontare, per esempio, la storia di un condottiero italiano del Rinascimento. Se gli attribuisci la morale di oggi, falsifichi il personaggio. Se lo racconti per quello che era, il pubblico contemporaneo si scandalizza. Le richieste che vengono fatte agli scrittori sono spesso assurde. Non hanno a che fare con la letteratura, ma con una forma di inquisizione morale. Se iniziassi ora a scrivere, probabilmente non avrei lo stesso successo. Verrei attaccato dai moralisti e dai custodi del politicamente corretto, perché nei miei romanzi ci sono cattivi affascinanti, buoni ambigui, donne nobili e donne perverse, persone meschine e persone generose. C’è la vita – che non obbedisce a un codice morale unico.

Non a caso le sue opere hanno il merito di guardare il passato con gli occhi del passato, non con quelli del presente. In che modo questa idea attraversa i suoi romanzi?

Le faccio un esempio concreto. Ho scritto un romanzo che si intitola L’italiano, pubblicato in Spagna circa sei anni fa e in Italia poco dopo. Racconta la storia dei sommozzatori italiani che durante la Seconda guerra mondiale attaccavano le navi inglesi a Gibilterra e ad Alessandria. Erano uomini coraggiosi, protagonisti di imprese straordinarie. Lavoravano però per un governo fascista, guidato da Mussolini. Questo non cancella il loro valore personale. Il romanzo non è costruito su buoni e cattivi, ma su uomini. È un racconto equo – non equidistante, ma equo – che ascolta tutti, che cerca di comprendere anche chi non la pensa come noi. Questa è la chiave di tutta la mia narrativa. Eppure i miei editori italiani avevano paura a pubblicare quel libro. Non sapevano che copertina scegliere, come presentarlo, se abbassarne il profilo. Era imbarazzante raccontare l’eroismo di uomini che combattevano sotto una bandiera oggi giudicata inaccettabile. Ma il bene e il male non sono mai netti. Esiste una vasta zona grigia, complessa, in cui si muovono gli esseri umani.

Perché la “zona grigia” è centrale nella sua opera?

Perché è la vera essenza della realtà. Ho vissuto guerre vere. Ho visto persone compiere gesti meravigliosi al mattino e atrocità la sera. Le stesse persone. Il mondo è fatto di sfumature, e ciò che è interessante in un romanzo, in un film, in qualunque forma narrativa, è muoversi in quella zona ambigua e contraddittoria. Diffido profondamente delle storie che separano nettamente il bene dal male: i buoni tutti puri, i cattivi tutti mostruosi. È una semplificazione infantile. Nella vita reale ci sono assassini e persone nobili in ogni campo. Negli anni Trenta parole come fascismo, comunismo, anarchismo non avevano ancora mostrato il loro vero volto. Non c’erano ancora stati i campi di sterminio, i gulag, le tragedie che oggi conosciamo. Era un mondo diverso.

Molti autori preferiscono scelte manichee. Per cui il male è sempre il male assoluto…

…ma il male assoluto è narrativamente noioso oltre che falso. Se so che qualcuno è soltanto cattivo, smette di interessarmi. Invece è interessante il criminale che ama la madre, il padre affettuoso che commette un crimine, l’uomo perbene che, spinto dal dolore, scivola nell’oscurità. Penso, per esempio, a Un borghese piccolo piccolo, quel film straordinario in cui un uomo comune tortura l’assassino di suo figlio. È lì, nel conflitto interiore, nella contraddizione, che l’essere umano diventa interessante. Per questo tutti i miei romanzi abitano la zona grigia. Se la letteratura si piega a piacere al commentatore televisivo di turno o al moralista del momento, produrrà solo cattivi libri. E una letteratura che rinuncia alla complessità è una letteratura morta. Soprattutto, è una letteratura che non mi interessa. 

Tra le prossime opere che pubblicherà per Settecolori c’è L’isola della donna addormentata. Può raccontarci di che libro si tratta?

È una storia basata su fatti reali, naturalmente romanzata. Durante la Guerra civile spagnola le navi che trasportavano materiali dall’Unione Sovietica verso la Repubblica vennero attaccate nel Mar Egeo da unità italiane alleate di Franco. Questo è il fatto storico: furono affondati due sommergibili e diverse navi sovietiche. A partire da questo episodio ho immaginato una vicenda in cui un gruppo di mercenari, guidati da spagnoli, opera dalle isole dell’Egeo contro il traffico sovietico. Attorno a questa trama ruotano un’isola, una famiglia, una donna, un marinaio spagnolo e un equipaggio che vive avventure di mare. Ma al centro, più di ogni altra cosa, c’è una storia di solitudine: quella di una donna che ha sposato l’uomo sbagliato.

Protagonista di questo storia come nel Problema finale è anche il mare, il mediterraneo. Lei ha detto: “La mia patria è il Mediterraneo”. Che ruolo ha questo spazio geografico nella sua vita e nella sua scrittura?

Sono cresciuto a Cartagena, l’antica Nova Carthago, fondata dai Fenici e poi città romana. Da bambino, quando facevo immersioni, trovavo anfore romane e greche. Sono cresciuto tra rovine romane, greche, arabe, bizantine. Nella mia famiglia c’erano libri sulla storia del Mediterraneo, fin da giovane ho navigato studiando il greco e il latino. Il Mediterraneo è il luogo da cui viene ogni cosa: le legioni romane, il marmo, gli dèi, l’olio d’oliva, il vino, i libri, la cultura, la memoria. Sono cresciuto durante il franchismo, ma mio padre mi diceva sempre: “Tu sei europeo, più che spagnolo. Sei mediterraneo. La tua patria è il Mediterraneo”. Le politiche cambiano, le dittature passano, ma il Mediterraneo resta: antico, saggio, immutabile. È lì che si trova la spiegazione di tutto. Oggi non credo più nelle patrie, nelle bandiere, nelle religioni, nei politici. La mia vita di guerra non mi ha aiutato a credere nell’essere umano. Ma il Mediterraneo resta: come consolazione, come memoria, come spiegazione. Ho una barca a vela, navigo ancora, passo molto tempo in mare. Gettare l’ancora accanto a un tempio greco, immergersi vicino a resti fenici, mi restituisce uno sguardo lucido e critico sull’Europa miserabile che stiamo vivendo.

Come vede il nostro Vecchio Continente?

Questa Europa si è ridotta ad essere un decadente parco tematico: ha perso decenza, onestà e cultura. Priva di vitalità, si rintana nella frenesia. Smarrendo ogni slancio, ogni saggezza. Il Mediterraneo è un antidoto contro questa decadenza: non elimina il dolore, ma aiuta a sopportarlo. È lì che mi sento a casa: casa mia è in un caffè di Napoli, Istanbul o Beirut più che Londra o New York. Quando vado in Italia non mi sento all’estero: vado a trovare dei cugini. Lo stesso vale per la Turchia, l’Egitto, il Marocco. Questo è il mio mondo. Se dovessi scegliere un luogo per finire la mia vita, vorrei fosse il Mediterraneo. È un buon posto per morire.

Falcó, Alatriste, Hoppy: personaggi diversi ma intensamente vivi. Cosa li accomuna?

La mia biografia. Scrivo di ciò che ho letto, del cinema che ho visto, di quello che ho vissuto. Sono stato fortunato: fin da giovane sono partito per il mondo con i libri nello zaino. Quando vedevo bruciare Beirut e Sarajevo, quando assistevo a violenze disumane in Angola o in Salvador, conoscevo già quei fatti perché li avevo letti. I libri mi hanno preparato alla vita.

Cosa sarebbe stata la sua vita priva della lettura?

Senza i libri sarei impazzito, sarei stato tormentato di traumi. I libri mi hanno aiutato a comprendere. Sono ciò che ho letto più di ciò che ho vissuto, più di ciò che immagino. Nessuno dei miei personaggi sono io, ma tutti guardano il mondo come lo guardo io. Sono cresciuto in una casa piena di libri: quelli di mio padre, della nonna paterna e di quella materna. Ho iniziato leggendo libri semplici e poi sempre più complessi. Ho studiato greco e latino, ho tradotto Virgilio, Senofonte, Omero, Cicerone. Tutto questo ha edificato il mio territorio interiore. I libri sono all’origine di tutto e sono anche alla fine di tutto. Senza i libri non sarei nulla. Forse sarei stato un avventuriero, un marinaio… ma vuoto. Ecco i libri mi hanno dato profondità, lucidità, capacità di interpretare il mondo. Mi hanno fatto prima giornalista – volevo vedere se il mondo era come lo avevo letto nei libri – e poi romanziere, perché volevo raccontarlo come avevano fatto i miei autori più amati.

C’è un libro che sogna ancora di scrivere?

No. Non più. Non so quanto tempo mi resta, né per quanto conserverò lucidità e immaginazione. So solo che ora devo scegliere con attenzione. Non posso più scrivere qualsiasi libro: devo decidere quali storie far vivere e quali lasciar morire con me. È doloroso. Sapere che alcune non le scriverò mai è forse la parte più dura di questa fase della vita.

Che ruolo ha la Guerra civile spagnola nella sua opera?

Non uno speciale. È una guerra come le altre. In Spagna è ancora un trauma, ma io sono cresciuto con persone che l’avevano combattuta da entrambe le parti e poi ho vissuto le mie guerre. Per me quella guerra non è diversa da quelle che ho visto in Bosnia, Libano, Angola, El Salvador. Narrativamente, è una guerra in più. Se poi, come spagnolo, a volte entro nelle polemiche, è perché qui la guerra civile viene ancora usata come arma politica. Ma come materia narrativa non occupa un posto centrale. 

https://www.pangea.news/perez-reverte-intervista/

12 febrero 2026

Javier Cercas gana el XI Premio de Periodismo de Opinión Raúl del Pozo


Sergio C. Fanjul - El País - 12/02/2026

Javier Cercas (Cáceres, 1962) ha sido galardonado este jueves con el XI Premio de Periodismo de Opinión Raúl del Pozo, que distingue a periodistas y escritores que contribuyen con su trabajo a sustentar la prensa democrática y la opinión libre.

“Estoy muy orgulloso de que haya pensado en mí este jurado compuesto por periodistas de verdad”, explica Cercas en declaraciones a este periódico. “Estoy también un poco abrumado porque no soy periodista... Me han dado algunos premios en este campo, pero cada vez que ocurre tengo que aclarar que yo no me considero un periodista: yo me considero un novelista. El periodismo me parece algo demasiado serio para que yo me considere tal cosa”, explica. Desde hace once años, este premio (sin dotación económica, pero que incluye una cena con el jurado) se destina a reconocer y valorar una labor destacada en el periodismo político español a lo largo del año anterior.

Lo que sí se considera Cercas es un escritor de periódicos, ya que lleva casi 30 años publicando cada dos semanas su columna en 'El País'. Es esta una figura que, como explica, ha tenido suma importancia en las letras españolas. Y pone ejemplos: Larra, “el mejor prosista español del XIX”, Ortega y Gasset, filósofo fundamental del XX, y algunos de los grandes escritores como Azorín o Josep Pla. “Todos ellos escritores de periódicos”, dice Cercas.

“Con esto quiero decir que soy novelista, pero que la escritura en los periódicos me la tomo con la misma seriedad que me tomo las novelas. Yo quiero que una página mía para un periódico esté tan bien escrita como una página para una novela. Reescribo tanto una como la otra: deben tener la misma consistencia literaria”, señala. El autor de 'El loco del fin del mundo', 'El impostor', 'Soldados de Salamina' o 'Anatomía de un instante', novelas con una fuerte carga de eso que llamamos realidad o no ficción —hecho que también entronca de alguna manera con su trabajo en los periódicos—, ha colaborado en la Cadena SER y en medios como 'El Periódico de Catalunya' o 'Crónica Global'. “Tener una columna en 'El País' en la que uno puede decir lo que le da la gana y como le da la gana es uno de los mayores privilegios que puede tener un escritor en nuestra lengua”, reconoce el autor, que en 2023 publicó 'No callar' (Tusquets), una compilación de sus ensayos y artículos entre 2020 y 2022.

¿Qué relación hay entre el novelista y el articulista? “Es compleja, y en cierto sentido esos dos personajes se oponen”, indica el autor. Para la escritura de novelas predomina la parte irracional, pero en los artículos ha de primar la racional. “Si no, tendría un problema”, añade. “Ambos conviven en tensión permanente en mí. Espero que sea una tensión fructífera. Útimamente mis columnas son pequeños ensayos, a veces relatos… Esa misma mezcla de ensayo, relato y autobiografía que hay en mis novelas”.

No es la única diferencia. “Soy un novelista, pero también soy un ciudadano normal y corriente, con los mismos derechos y deberes que otro. El novelista no tiene reglas, trabaja con una libertad total, puede escribir todas las locuras y barbaridades —y, de hecho, debe hacerlo—; pero el ciudadano sigue las mismas normas que cualquier otro ciudadano”, señala Cercas, que apostilla la diferencia fundamental: “El novelista nunca debe tomar partido, el columnista tarde o temprano tiene que hacerlo”.

El jurado de esta edición del premio ha estado integrado por los periodistas y escritores Antonio Lucas, Manuel Jabois, Edu Galán, María José Solano, Juanma Lamet, Marta Flich y Arturo Pérez-Reverte, así como por el fallecido David Gistau como presidente perpetuo, en homenaje de sus compañeros. En anteriores ediciones el premio fue otorgado a Enric González, Soledad Gallego-Díaz, Pedro García Cuartango, Carlos Alsina, Manuel Vicent, Lucía Méndez, Lydia Cacho, Ignacio Camacho y Sergio del Molino.

https://elpais.com/cultura/2026-02-12/javier-cercas-gana-el-xi-premio-de-periodismo-de-opinion-raul-del-pozo-el-novelista-no-debe-tomar-partido-el-columnista-tiene-que-hacerlo.html

https://www.elmundo.es/cultura/literatura/2026/02/13/698ec0a4e9cf4afd468b45a8.html

11 febrero 2026

La Guerra Civil de Arturo Pérez-Reverte

Ángel Peña - The Objective - 10/02/2026

«Los dos jóvenes apoyan otra vez los fusiles en el árbol, se sientan a la sombra y terminan de liar los cigarrillos. Zumban los mosquitos y suena el chirriar confiado de las cigarras». Así termina Línea de fuego. No es el peor spoiler de la historia. Podríamos ir unas páginas más atrás para averiguar en qué bando luchaban los dos jóvenes, pero prefiero hacer otro spoiler, este más personal: tras 675 páginas de infierno, me da igual si son fascistas o rojos, republicanos o nacionales, solo quiero que esos dos jóvenes y todos los demás personajes de la novela y de más acá de la novela salgan de una vez de esa inmensa mierda que, al parecer, algunos prefieren infinita, y puedan hablar de ella serenamente, como algo que ya fue y no debe volver a ser jamás.

Arturo Pérez-Reverte publicó 'Línea de fuego' en octubre de 2020. Vendió muchos ejemplares, como es habitual en él, y ganó el prestigioso Premio de la Crítica, algo menos habitual. Ya explicamos en su momento cómo y por qué quiso retratar el autor nuestro gran trauma nacional desde las trincheras, tal y como la vivieron (y, sobre todo, la murieron) sus verdaderos protagonistas, los combatientes. Otra cosa, deja muy claro el libro, era la retaguardia. Era, es y probablemente seguirá siendo.

La editorial Alfaguara publica ahora una edición especial «en conmemoración del 90 aniversario de la Guerra Civil». No es un aniversario demasiado redondo, pero la polémica por el aplazamiento de unas jornadas en Sevilla sobre la Guerra Civil le ha proporcionado una relevancia bastante significativa. 

La edición se vende en un estuche que incluye la novela y un libro de 91 páginas con abundante material extra. Arranca este último con un breve texto del propio Pérez-Reverte que lleva por título el mismo que las famosas jornadas interruptus de Sevilla: La guerra que todos perdimos. Siguen un detallado análisis por Enrique Moradiellos sobre «el arte de representar literariamente una guerra civil», una amplia «conversación» del autor con Sergio Vila-Sanjuán en octubre de 2020 y una abundante documentación sobre la creación de la novela y, sobre todo, su recepción, con resúmenes de una buena cantidad de reseñas en prensa.

Lo más llamativo, por supuesto, y más después del follón de Sevilla, es el texto del propio autor. Dice: «Han pasado casi seis años desde que se publicó esta novela en España, y eso me da tiempo suficiente para comprobar sus efectos. Que han sido interesantes, incluso educativos para mí. Los lectores respondieron con su habitual generosidad y eso aumentó mi larga deuda con ellos. También las reseñas críticas en páginas y suplementos culturales fueron casi todas favorables, para mi sorpresa. Y esta sorpresa se vio aumentada por la concesión del Premio de la Crítica, inesperado por la rareza de un reconocimiento unánime en lo que a mis novelas se refiere». ¿Intuyó, o quiso intuir, Pérez-Reverte que ya se podía hablar civilizadamente de la Guerra Incivil, que diría Unamuno?

No seamos ingenuos. Evidentemente, tenía sus dudas. Sigue el texto: «El casi […] se debió a un único reseñador, en el suplemento cultural de un importante diario de edición nacional». Aunque admite que las críticas favorables son «gajes del oficio», dice Pérez-Reverte que recuerda esa «por su carácter pintoresco, que precisamente desnuda la principal razón por la que escribí 'Línea de fuego'. Afirmaba el crítico […] —en ese momento máximo responsable de cultura del diario— que contar una batalla de la Guerra Civil desde ambos bandos tratando con idéntica objetividad a unos y otros combatientes era favorecer al bando llamado nacional, o franquista».

Y entonces dispara: «En la nuestra y en todas las guerras civiles que en el mundo han sido, una cosa es la bondad o maldad de las ideas, las causas, las motivaciones que desde arriba enfrentan a los bandos y llevan a la gente a matarse entre ella, y otra muy distinta la realidad que abajo, en las trincheras, en los campos de batalla, viven seres humanos obligados a luchar y morir por ideas propias —una minoría, y eso no me lo ha contado nadie—-, por azar o por simples circunstancias».

En la novela, el soldado Panizo reivindica una ética de la guerra: «Yo mato fachistas, no los asesino […] Para eso están los hijos de puta de nuestra retaguardia… Los milicianos que defienden a la República en los burdeles y los cafés». Y en el texto de cuatro años después, continúa Pérez-Reverte: «Y mientras como ocurrió en nuestra Guerra Civil las retaguardias son coto de caza de manipuladores, oportunistas. Canallas y asesinos, en los frentes de batalla, en la línea de fuego propiamente dicha, las cosas varían. En ese mundo que llegué a conocer muy bien no sirven los discursos moralizantes; lo que allí importa es la manera en que los seres humanos afrontan el sufrimiento, el horror y la muerte, y también cómo se manifiestan la crueldad y la compasión, la cobardía y el heroísmo, la bajeza y la decencia».

Seres humanos que, mientras están allí, se dedican a perder. Muchas veces la vida, siempre la paz. Pérez-Reverte presenta sus credenciales para contarlo: «Veintiún años como reportero en conflictos armados y nuestra tragedia civil contada por quienes la protagonizaron —mi abuelo, mi tío y mi padre lucharon por la República— me dan cierta autoridad para afirmar lo que afirmo».

Y entonces remata: «¿En serio puede haber imbéciles capaces de comparar a los soldados del frente con los políticos y generales de uno y otro signo, o con la chusma criminal que, emboscada en las respectivas retaguardias, robó y asesinó con impunidad, llenando de cadáveres cementerios y cunetas que las familias de unos exhumaron apenas vencieron y las de otros tardaron medio siglo en poder recuperar?»

Todo apunta a que la reseña a la que se refiere es la de Jordi Gracia en el suplemento 'Babelia' de 'El País', titulada: 'La Guerra Civil de Pérez-Reverte, demasiada pedagogía'. Curiosamente, Gracia acaba de publicar en el mismo medio una reseña del último libro del gran antagonista de Pérez-Reverte en la polémica de Sevilla. El titular: 'El Premio Nadal de David Uclés: un pastiche plano, mohíno y desaborío'. Gracia, autor de artículos tan literarios como 'Franco se le hace bola a Feijóo (y a Ayuso)' o 'Los medios de derechas y el cuento de la neutralidad', no había reseñado en 'Babelia' ninguno de los cinco premios Nadal anteriores. Este sí. ¿Equidistancia de última hora con el woke cancelador de capa caída por el hartazgo generalizado del personal?

Aunque también hay quien aprecia algo parecido a la inquina hacia cierto grupo editorial: véanse las reseñas de Gracia a los tres últimos premios Planeta (aquí sí que repite…): 'Vera, una historia de amor, de Juan del Val, ganadora del premio Planeta: una insipidez pavorosa', 'Victoria, de Paloma Sánchez-Garnica: un Planeta plagado de almíbar, trufado de tragedias y sin literatura', 'Las hijas de la criada: el fallido folletín de Sonsoles Ónega y la autoinmolación del Premio Planeta'. Para la edición anterior, la de 2022, prefirió unir las críticas del ganador y el finalista bajo el título 'La inanidad del Premio Planeta'. Que sí, que literariamente los Planeta tienden últimamente al pestiño más lamentable. Pero… ¿Por qué se tortura Gracia leyéndolos con tanto detenimiento?

Que cada cual haga sus ecuaciones y despeje la equis que le dé la gana.

Unas páginas más adelante en el libro conmemorativo, mediada la conversación con Vila-Sanjuán, Pérez-Reverte abre el objetivo para abarcar un panorama más general: «Esa necesidad tan española de trazar líneas, blanco y negro, rojo y azul, esa vil, infame y a menudo peligrosísima facilidad española para decir ‘nosotros y ellos’ y negar al adversario cualquier virtud y aceptar todo lo de tu bando como bueno es lo que más me crispa, enfada y enfurece, porque linda con la estupidez. Eso es ya o fanatismo o estupidez, y a veces las dos cosas. El peor enemigo de la humanidad no es el mal, insisto, es el fanatismo y la estupidez, sobre todo cuando se alían».

Ya metido en materia, Vila-Sanjuán arranca lo, quizá, más parecido a una adscripción ideológica que se le puede arrancar a Pérez-Reverte: el chaveznogalismo. Cuando menciona a Chaves Nogales, el autor de Línea de fuego salta como un resorte: «Es paradigmático porque, siendo un hombre de izquierdas y un republicano que se esfuerza y trabaja para la República, al final se horroriza tanto de unos como de otros, y dice: ‘Tanto miedo me daban los asesinos del tercio como los analfabetos criminales milicianos’. Se va horrorizado y asqueado y dice: ‘Da igual el que gane, habrá un dictador en España’. Ese hecho no le fue perdonado ni por unos ni por otros. Por eso fue tan apartado. Me di cuenta de que era uno de los nuestros. Uno de los míos. Uno de los que me ayudaban a entender. No generaba rencor y odio, sino comprensión y terror, y espanto ante la barbarie. Me enamoré de él, hice artículos sobre él, y poco a poco los chavesnogalianos nos fuimos reconociendo unos a otros».

Hay mucho más en ese libro conmemorativo que acompaña la nueva edición de 'Línea de fuego', pero hace ya rato que pasé de las 600 palabras. Concluyamos que propicia un completo y fructífero acercamiento a una novela que ya adquirió un tamaño importante en su momento —recuérdese esa «unanimidad» del Premio de la Crítica—, diría que incluso lo dejaba bastante próximo a un hipotético concepto de Novela sobre la Guerra Civil por antonomasia de este tramo ya avanzado de siglo XXI. Vila-Sanjuán apunta que el conflicto «cada cierto tiempo da un gran superventas. En la época de Franco fue Gironella, en el año 2001, Cercas…» ¿Algo parecido a la etiqueta de Gran Novela Americana unánimemente aceptada por los estadounidenses (de cualquier ideología), que necesitan expresar las nuevas formas en que su identidad es puesta en peligro una y otra vez por ciertas desmesuras… y rescatada por las mismas virtudes de fondo?

La identidad española parece encallada en cierto cainismo, y el autor que intenta apuntar a un posible rescate en forma de lucidez suele recibir más palos que zanahorias. Pérez-Reverte le explica a Vila-Sanjuán que, durante mucho tiempo, la Guerra Civil no le interesaba «como materia principal narrativa porque pensaba, justamente, que ya había sido muy, y además muy bien escrita». Pero, «al ver el discurso que se está planteando en los últimos tiempos, que ha muerto la gente que fue testigo de aquello y que sólo queda el discurso ideológico, pero ya no los testimonios que permiten templar la ideología, pensé que sería incluso útil escribir esta novela. Para mí, por supuesto, porque quería ordenar un par de ideas, y también quizá para los lectores. Creo que era el momento. Dije: ‘Ahora sí’, y me puse a ello».

Y en ello estamos.

Los movimientos telúricos que dieron lugar al terremoto de Sevilla parecen indicar que esta novela ha tocado una placa tectónica clave de nuestra identidad. Para bien o para mal, signifique una cosa u otra, lo más lógico quizá sea realizar el extravagante esfuerzo de leerla.

https://theobjective.com/cultura/literatura/2026-02-10/guerra-civil-arturo-perez-reverte/

05 febrero 2026

'Misión en París': Reabriendo la herida hermosa de Alatriste

Rafael Ramírez - rafaramirez.org - 05/02/2026

Hoy os traigo una nueva lectura recomendada, se trata de 'Misión en París'. La obra llega como un regreso largamente esperado, casi como si Pérez‑Reverte hubiera dejado a Alatriste detenido en un gesto a medio hacer durante catorce años y, de pronto, lo viéramos volver a cabalgar bajo la lluvia parisina con la misma mezcla de cansancio, lucidez y fatalismo que siempre lo ha definido.

Hay algo profundamente conmovedor en esta octava entrega de las aventuras del capitán Alatriste: no solo porque marca el 30.º aniversario de la serie y recupera a un personaje que ya forma parte del imaginario colectivo español, sino porque lo hace sin nostalgia impostada ni arqueología literaria, con la naturalidad de quien retoma una conversación interrumpida ayer. La novela comienza —como indican las sinopsis oficiales— a medianoche, cuando los relojes de París dan la hora y cuatro jinetes entran por la Puerta de Saint-Jacques. Esta imagen basta para situar al lector en el universo revertiano: un mundo de acero, barro, lealtades frágiles y una dignidad que solo se sostiene a base de cicatrices.

La trama, situada después de la peligrosa misión veneciana narrada en 'El puente de los Asesinos', vuelve a reunir a Íñigo Balboa, Quevedo, Copons y, por supuesto, al capitán. Íñigo, ya convertido en correo real del rey católico, espera en París para entregar unos despachos al conde de Guadalmedina. Este punto de partida, aparentemente sencillo, es la excusa perfecta para desplegar lo que Pérez-Reverte hace mejor: convertir la historia en un tablero de sombras donde cada gesto tiene un eco político, cada callejón esconde una emboscada y cada conversación puede ser la antesala de una traición.

Lo interesante de 'Misión en París' no es solo el argumento —que, como siempre, mezcla intriga, diplomacia, espadazos y humor seco—, sino la manera en que la novela entabla un diálogo con la tradición. Reverte vuelve a ser ese heredero contemporáneo de Dumas y Salgari que Umberto Eco celebraba, pero también un escritor que ha depurado su estilo hasta convertirlo en una herramienta quirúrgica: frases tensas, diálogos afilados y descripciones que buscan la precisión emocional más que el adorno. París, en sus manos, no es la ciudad romántica de postal, sino un escenario de tensiones europeas, un hervidero de intereses cruzados donde los españoles caminan con la sensación de estar siempre en territorio ajeno.

Además, se aprecia una madurez evidente en la mirada sobre Alatriste. El capitán ya no es solo el soldado taciturno que sobrevive a base de honor y mala leche, sino un hombre que carga con el peso de su pasado, consciente de que su tiempo se agota, pero todavía capaz de una lealtad feroz. Íñigo, por su parte, narra con la mezcla de admiración, ironía y melancolía que siempre ha sido la columna vertebral emocional de la saga.

Lo más notable es que 'Misión en París' no pretende reinventar la serie, sino reafirmarla. Es una novela que confía en la fuerza de sus personajes, en la eficacia de su ritmo y en la capacidad del lector para disfrutar de una aventura clásica sin artificios. Y, sin embargo, se percibe un poso de celebración, la sensación de que este regreso es también un homenaje a treinta años de fidelidad entre autor, personajes y lectores.

En definitiva, es un libro que se lee con el placer de reencontrarse con viejos amigos que, pese al tiempo transcurrido, siguen siendo exactamente quienes debían ser. A todos les sienta bien París: les da un aire de despedida elegante, de misión peligrosa pero inevitable, de esas historias que uno sabe que recordará por la forma en que mezclan la épica con la intimidad.

https://rafaramirez.org/blog/index.php/2026/02/05/mision-en-paris-de-arturo-perez-reverte-lectura-recomendada/

01 febrero 2026

La guerra que todos seguimos perdiendo


El Mundo - 01/02/2026

No fue un error. No fue un malentendido. No fue un exceso puntual, fruto de los nervios o de una sensibilidad mal calibrada. Ni siquiera fue la marcha atrás, en forma de patético lloriqueo público, de un novelista presionado por los suyos. Los ataques de la izquierda radical al debate que iba a celebrarse en Sevilla en torno a la Guerra Civil un debate concebido desde la pluralidad, el rigor y la discusión razonada deben interpretarse como lo que realmente fueron: un acto deliberado de intimidación ideológica y un síntoma evidente de la enfermedad que degrada la vida cultural y política española.

Durante mucho tiempo, en España como en el resto del mundo, se asumió que el gran enemigo de la democracia era la censura explícita: la prohibición legal, el cierre de medios, la persecución física del disidente. Hoy, sin embargo, el fenómeno adopta formas más sofisticadas y eficaces. No hace falta prohibir un acto cultural si se consigue desacreditarlo públicamente. ¿Para qué debatir si es más fácil y barato amedrentar? El resultado es idéntico.

Lo ocurrido en Sevilla no fue un episodio aislado sino un hecho gravísimo: la manifestación miserable de una tendencia cada vez más extendida. La sustitución de ideas por consignas impuestas, del diálogo por el sectarismo y del pensamiento crítico por la adhesión identitaria. En este nuevo procedimiento adoptado en España tanto por la extrema derecha como por la extrema izquierda no se discute para comprender, sino para marcar fronteras; no se argumenta para persuadir, sino para expulsar; no se escucha para aprender, sino para detectar desviaciones. Y en ese ámbito, especialmente para la izquierda radical española, sus figuras políticas, medios afines y palmeros sectarios de plantilla, la Guerra Civil se ha convertido en elemento ideal de tan lamentable práctica. En siniestro buque insignia de un chato e irracional planteamiento político.

Esta actitud parte de una idea profundamente antidemocrática: la sociedad no es capaz de enfrentarse a lo complejo sin extraviarse, el ciudadano necesita ser protegido de las ideas incómodas, el debate plural es un riesgo y no una riqueza. Bajo esta lógica paternalista, el pensamiento deja de ser un ejercicio de libertad para convertirse en una actividad sospechosa. Y lo paradójico es que esta condena del debate se produce en nombre de valores que, históricamente, se asociaron a la ampliación de libertades. Se apela a la memoria, a la justicia, a la dignidad; pero se emplean métodos que niegan el pluralismo, desconfían de la razón y sustituyen el argumento por la consigna. Cualquier opinión contraria venga de donde venga, incluso dentro de la propia izquierda, se califica de fascismo. Y el miedo a ser llamado fascista, la necesidad de gritar más fuerte que nadie para evitarlo, da lugar a episodios de cobardía y claudicación como los que hemos visto en torno a las jornadas de Sevilla.

Para comprender la gravedad de esta deriva conviene mirar atrás. La Transición española fue un proceso de renuncias, tensiones y ambigüedades. No fue un relato épico ni moralmente puro, pero tuvo una virtud hoy olvidada: dialogaron personas que tenían muchos motivos para no hacerlo: antiguos franquistas y opositores al régimen, comunistas perseguidos y ministros del Movimiento, exiliados y herederos del poder. No porque compartieran una misma visión de España, sino porque entendieron que sin diálogo no había futuro. Ahí están los nombres, a menudo simplificados o caricaturizados en el debate contemporáneo. Todo estuvo lleno de tensión, miedo y renuncias dolorosas. Pero hubo una certeza común: la democracia no podía construirse con la exclusión del adversario. La memoria del conflicto estaba demasiado viva como para repetir los viejos errores.

Ese clima dialogante no fue ingenuidad ni claudicación, sino conciencia histórica. Quienes protagonizaron la Transición sabían que cuando el adversario deja de ser interlocutor y se vuelve enemigo, el conflicto es irresoluble. Adolfo Suárez, proveniente del aparato del régimen franquista, comprendió que la reforma sólo era posible desde dentro y asumió costes personales enormes. Santiago Carrillo, secretario general del Partido Comunista, aceptó la monarquía y la bandera rojigualda no por convicción, sino por cálculo democrático. Manuel Fraga, ministro durante el franquismo, representó una derecha que decidió integrarse en el nuevo sistema en vez de dinamitarlo desde fuera. Y nada de esto fue limpio, ni fácil.

La legalización del Partido Comunista dos años después de la muerte de Franco constituyó un acto de enorme riesgo político, no sólo por la reacción de sectores del ejército, sino porque implicaba reconocer como interlocutor legítimo a quien había sido demonizado durante décadas. Aquella decisión no se tomó porque el comunismo dejara de ser incómodo, sino porque se entendió que sin integrar a los comunistas no habría democracia estable. En 1977, Fraga presentó a Carrillo en el Club Siglo XXI. Los Pactos de la Moncloa, en octubre de ese mismo año, son otro ejemplo revelador: en plena crisis económica y conflictividad social extrema, fuerzas políticas y sindicatos ideológicamente enfrentados aceptaron sentarse a negociar. Nadie venció, todos cedieron porque se asumió que el diálogo era preferible al colapso. Y también la Constitución de 1978 es un texto hecho con nobles renuncias: republicanos aceptaron la monarquía, centralistas aceptaron el Estado autonómico, conservadores aceptaron derechos sociales, izquierdistas aceptaron una economía de mercado. No porque creyeran que el texto era perfecto, sino porque era posible.

Comparado con aquello, estremece el miedo actual al debate. La intolerancia suicida. Hoy, cuando no hay violencia política ni amenaza de involución militar, se tolera menos la palabra libre que en los años setenta. Lo que entonces se entendía como necesidad democrática se percibe ahora como amenaza moral; como apología del fascismo, de la masonería, del comunismo. La inminencia de un debate plural y ecuánime sobre la Guerra Civil en Sevilla, dando la palabra a cuantos desearan usarla asistirían el ex presidente Aznar y el político Espinosa de los Monteros, pero también el ministro Félix Bolaños y una prestigiosa nómina de historiadores, estudiosos y periodistas, provocó reacciones airadas en la extrema izquierda VOX se había negado desde el principio a asistir y desencadenó una campaña de presión y descalificaciones que hicieron recular a los más débiles o cobardes entre quienes, varios meses antes, habían prometido su asistencia sabiendo perfectamente quiénes iban a figurar en el cartel. Renunciaron los novelistas David Uclés y Paco Cerdá, el coordinador de Izquierda Unida Antonio Maíllo, la vicesecretaria del PSOE andaluz María Márquez, la historiadora Zira Box que confirmó públicamente las presiones recibidas y la presidenta del Consejo de Estado Carmen Calvo.

Lo advirtió Hannah Arendt al analizar los mecanismos del pensamiento totalitario: el mayor peligro es la destrucción del espacio común donde las cosas pueden discutirse. En este ámbito, la paradoja resulta evidente: quienes se autoproclaman herederos y paladines de la verdadera democracia reproducen mecanismos profundamente autoritarios: no consienten la discrepancia, desconfían de la libertad intelectual y consideran legítimo silenciar al adversario. También en el extremo opuesto del paisaje político, donde soplan aires dictatoriales de otro signo, aspiran a lo mismo: unos apelan al orden y la tradición, otros a una intocable superioridad moral. Y la censura que ambos ejercen todavía ejercida más ruidosamente por la izquierda, pero den ustedes tiempo al tiempo es eficaz porque no necesita justificarse. No argumenta, sino que señala; no persuade, sino que estigmatiza. Y una vez estigmatizado el interlocutor, su palabra queda automáticamente deslegitimada. El debate muere antes de empezar.

La primera consecuencia es la autocensura: historiadores, escritores, periodistas y profesores aprenden qué asuntos evitar y qué enfoques son peligrosos. El silencio pasa a ser voluntario y llega el miedo a pensar en voz alta. Defender hoy el debate ecuánime no es cómodo: exige valor, porque implica resistir presiones, soportar insultos y aceptar riesgos. La segunda consecuencia, eliminado el debate racional, es el enfrentamiento emocional: sentimientos contra ideas. La tercera consecuencia es la degradación de la auténtica y objetiva memoria. Recordar y honrar no es reavivar rencores y odios, sino estudiar, comprender, explicar situaciones trágicas y aceptar hechos complejos. Cuando el pasado se utiliza para envenenar el presente, deja de ser memoria legítima y se convierte en turbia arma política.

Frente a esta deriva conviene recuperar una idea central del pensamiento liberal democrático europeo, desde Ortega y Gasset hasta los teóricos contemporáneos del pluralismo: la democracia no consiste en eliminar el conflicto, sino en civilizarlo. No es imponer una verdad única, sino crear las condiciones para que verdades parciales o incómodas puedan confrontarse sin miedo. Lo ocurrido en Sevilla debe leerse en esta inquietante clave. Cuando una sociedad teme el debate, algo huele a podrido en ella. Lo grave no es que existan ideas que molesten a otros; lo grave es que deje de considerarse legítimo que molesten.

Seamos justos: este clima infame no es exclusivamente español. Se observa en universidades anglosajonas, en debates sobre memoria colonial, en discusiones sobre identidad nacional en Europa. Pero en España adquiere una aspereza particular porque se aplica a un acontecimiento histórico que debería habernos vacunado contra el dogmatismo: una cruel guerra civil, desencadenada por un golpe de estado militar, donde sin duda hubo un bando vencedor y un bando derrotado; pero en la que todos los españoles de entonces y de las posteriores generaciones perdimos mucho quizá también lo habríamos perdido con la victoria de los otros, como valerosamente sostuvo Chaves Nogales: la libertad, la justicia, el progreso, los derechos civiles, la liberación de la mujer, la dignidad y la democracia. Ésa, y no la otra, es la guerra que todos perdimos. La que, sin signos de interrogación, daba y dará título en el próximo mes de octubre a la XI edición de Letras en Sevilla.

Uno de los espacios donde el daño se manifiesta hoy con mayor claridad es la universidad: concebida como un lugar para la discusión rigurosa y la exposición de ideas incómodas, empieza a ser un espacio de asfixiante protección emocional. Durante el franquismo y todavía en la Transición, la universidad fue un lugar de riesgo real: pensar tenía consecuencias, discutir aparejaba riesgos personales. Hoy, cuando ese riesgo ha desaparecido, se tolera menos el conflicto intelectual que cuando opinar en voz alta era peligroso. La aparición de listas negras, vetos informales, campañas de presión estudiantil y exigencias de cancelación de actos prueban que la universidad ha dejado de ser un foro de confrontación argumental y es un entorno de validación moral. El ocaso de la inteligencia.

En las redes sociales, el fenómeno se ve agravado por el ruido, el anonimato, la ignorancia y la mala fe que polarizan cualquier asunto por mínimo que sea. En lugar de fomentar una relación adulta con el mundo y sus circunstancias, con el presente y el pasado, suele imponerse un repertorio de lealtades obligatorias que transforman la conversación pública en una sucesión de insultos y juicios sumarios. El razonamiento extenso recula frente a la indignación breve; la duda es percibida como traición; la discrepancia, como delito. En este contexto el debate es imposible. La consecuencia es una opinión pública elemental e irreflexiva, donde una reputación se destruye en horas y la lógica carece de valor. Una frase sacada de contexto, una fotografía manipulada, una cita incompleta bastan para activar el linchamiento. Cercados por el fragor de la ignorancia y la mala fe si juntas a un malvado con mil tontos obtienes mil y un malvados, el historiador, el pensador, el escritor o el periodista libres dejan de ser referentes o interlocutores válidos y pasan a ser sospechosos. Ya no se les atiende ni responde: se los denuncia, se los cancela.

Conviene introducir una comparación europea. Alemania aborda su pasado traumático el nazismo desde una combinación de memoria institucional y libertad académica: negar el Holocausto es delito, pero debatir sobre las responsabilidades sociales, culturales o históricas del nazismo no lo es. En Francia, el debate sobre la colaboración con los nazis o la guerra de Argelia sigue siendo conflictivo e incómodo; pero se discute, se publican libros y se organizan debates sin considerarlos apología de lo criminal. En cuanto a Italia, su relación ambigua con el fascismo ofrece un ejemplo ilustrativo: la memoria histórica no está del todo cerrada, y precisamente por eso el conflicto sigue siendo materia de estudio político, no dogmático. Se discute, y con frecuencia esa discusión no la capitanean periodistas sectarios o que de todo saben, sino historiadores y especialistas. España, en cambio, se estanca en una esclerosis selectiva, iletrada, analfabeta, que impide el análisis y las lecciones que de éste se obtienen. A los verdaderos historiadores, que los tenemos excelentes y de todo signo en Letras en Sevilla confirmaron su asistencia muchos de los mejores, no se les respeta que estudien seriamente la memoria.

Todo este proceso tiene un hilo conductor: el miedo a la complejidad, a la discrepancia, a perder la hegemonía moral, a que el relato no resista el contraste. Ese miedo se disfraza de sensibilidad indignada, pero actúa como censura; se impone en nombre de las víctimas, pero termina utilizándolas como mercancía electoral. El resultado no es una sociedad más justa sino más frágil, incapaz de tolerar la fricción intelectual. Porque en una democracia sana, el desacuerdo se plantea sobre que el oponente puede estar equivocado, pero no por eso es un malvado. Cuando tal presunción se pierde, el asunto se envilece: si el otro es enemigo, no hay nada que discutir; sólo queda neutralizarlo, silenciarlo, exterminarlo figurada o físicamente. Esto explica por qué el debate ecuánime la equidistancia cobarde es otra cosa genera tanta hostilidad en España; porque presupone algo intolerable para los malvados y los idiotas: que el otro pueda hablar de buena fe, que pueda abordar un tema delicado sin intención de ofender, que disienta sin buscar daño. Esa posibilidad es inadmisible para todo sectarismo político que necesite enemigos para sostenerse, heridas abiertas para hacer negocio instalándose en ellas.

Otra consecuencia de esta deriva es la degradación del lenguaje. Blanquear, normalizar, legitimar, dar voz funcionan como armas retóricas. No explican: marcan y condenan. El lenguaje deja de ser herramienta para pensar y dialogar y se torna mecanismo de control. Quien domina las etiquetas domina el debate o la ausencia de él porque el veredicto ya está dictado. Esta simplicidad lingüística no es casual. Pensar y conversar exigen palabras precisas, categorías claras, conceptos a veces incómodos. La consigna fácil, en cambio, se conforma con términos vagos y emocionalmente intensos. Su eficacia no depende de la claridad razonada, sino de la adhesión colectiva. Resulta relevante, como digo, que esto se haya impuesto con tanta fuerza en espacios que se reclaman, hipócritamente, herederos de la tradición crítica de la izquierda. Ha sido muy significativo el comentario en televisión de Ione Belarra, coordinadora general de Podemos, sobre la anunciada asistencia del expresidente Aznar a las jornadas de Sevilla: «Con los fascistas no se habla».

La consecuencia última de todo este proceso es la conversión de la historia de España en un campo de batalla perpetuo: la conquista de América, la toma de Granada, la monarquía, la República, la Guerra Civil, la Transición... No como ejes de reflexión compartida, sino como frentes ideológicos en permanente movilización. El pasado deja de ser materia de estudio para convertirse en algo que se ataca o se defiende no con conocimiento y razones, sino con sentimientos y vísceras. En ese contexto de insultante simpleza, cualquier intento de introducir complejidad se interpreta como amenaza al chiringuito de turno. La historia debe reducirse a una serie de fábulas morales, útiles para manipular el presente pero incapaces de explicar el pasado. Esta instrumentalización no pretende honrar a las víctimas de las numerosos desgracias nacionales que son infinitas desde hace veinte o treinta siglos ni contribuye a una mejor comprensión de lo que fuimos y lo que somos. Al contrario: secuestra el sufrimiento para convertirlo en infame munición política.

Todo lo anterior conduce a una conclusión inquietante: avanzamos hacia una España sin conversación; una democracia que sólo es presunta, un sistema formalmente plural aunque en realidad cerrado, donde suenan numerosas voces pero pocos diálogos reales. Donde se habla mucho, se escucha poco y se razona menos. Una democracia de esa clase puede sostenerse durante un tiempo, pero será cada vez más indecisa y frágil, incapaz de gestionar conflictos, incapaz de integrar disensos, incapaz de renovarse intelectualmente. La guerra que los malvados y los estúpidos libran hoy contra el sentido común no es sólo cultural ni ideológica: es contra la conversación misma, contra la posibilidad de escuchar, disentir, debatir y seguir conviviendo. En esa clase de guerras créanme, porque pasé veintiún años en ellas no se hacen prisioneros. Si se pierden, y al final en ellas pierden todos, arrastran el mundo consigo.

Quiero volver, para terminar, al punto de partida: un encuentro cultural en Sevilla, un foro de discusión sobre la Guerra Civil, un intento de pensar en voz alta sobre nuestro pasado y una reacción siniestra que no pretendía conversar, sino silenciar. Tal episodio no importa por sí mismo, sino por lo que descubre: la normalización, por parte de muchos, de la idea de que hay debates que no deben darse. De que hay asuntos que sólo pueden abordarse desde un marco moral autorizado por quienes lo controlan y administran. Aceptar eso es asumir una derrota devastadora, no de una u otra ideologías en concreto, sino del principio mismo de libertad intelectual. Una sociedad que renuncia a esa libertad se pone una pistola en la sien. La guerra contra el pensamiento libre es una guerra que no gana nadie, excepto los oportunistas y los canallas. Por eso la Guerra Civil española es, entre tantas otras lo discutiremos el próximo mes de octubre en Sevilla, una guerra que todos los españoles seguimos perdiendo.

30 enero 2026

Noventa años después

ABC - 30/01/2026

Quedó demostrado en Sevilla: noventa años después de la Guerra Civil, cierta España sigue fiel a sus peores vicios. Otros pueblos evolucionan, aprenden, archivan traumas y los estudian con rigor. Nosotros los sacamos en procesión, les ponemos un lazo azul o rojo y se los restregamos en la cara al vecino. Después llega un aniversario casi redondo, y en vez de servir para un ejercicio de concordia, reflexión o simple decencia, nos sirve para otra refriega de tertulia, pancarta y eslogan. España cañí.

Buena parte de los políticos y muchos de sus sicarios se ven felices con la gresca. La izquierda, porque llamar fascista a quien discrepa ahorra argumentos y simplifica el discurso; la derecha, porque carece de soporte intelectual y está a lo que caiga; la extrema derecha, porque todo lo arreglaría desempolvando el brazo incorrupto de Queipo de Llano; la extrema izquierda, boicoteando cuanto no encaje en el negocio del que vive y quiere seguir viviendo; y los nacionatas periféricos, porque cada costura que cruje los pone cachondos. Pero el problema principal no es la notoria mala leche, que la hay, sino la alarmante falta de lecturas de todo cristo. Basta con escucharlos cuando hablan, e incluso cuando callan en Sevilla han callado y hecho callar miserablemente unos cuantos. Casi nadie ha leído un carajo, pero todos opinan como si hubieran estado en Brunete, en el Ebro, en las cunetas andaluzas o en Paracuellos.

Lo hemos comprobado estos días. La izquierda en su versión más extrema y analfabeta la que más ruido hace maneja la Guerra Civil como un cómic de Marvel: rojos buenos, fachas malos, una Arcadia feliz rota por obispos, banqueros y villanos con gomina y bigote. Todo cuanto no encaje en ese tebeo es blanquear a nazis. No hay matices, no hay contexto. La Historia para ellos no es una disciplina sino un cuento de hadas y hados. Y cuanto menos la conocen, más fuerte gritan. Leer a historiadores serios es sospechoso, citar datos es provocación. Recordar que hubo atrocidades en ambos bandos es de repugnantes fachas.

Pero que nadie se confunda: la derecha no es mejor. Deambula igual de perdida, pero anémica. Incapaz de articular un discurso intelectual sólido, sólo contribuye con torpeza y falta de honradez. Donde haría falta lucidez, ofrece miedo a molestar o simplezas de colegio. Salvo contadas excepciones, la derecha española es incapaz de comentar su pasado o el de otros sin parecer culpable, acomplejada o tonta del ciruelo. En vez de argumentar, balbucea. En vez de leer, improvisa. En vez de explicar, elude. Y a menudo, cuando abre la boca, es para decir alguna gilipollez que refuerza el recochineo adversario. El ruido la supera.

Luego tenemos a la extrema derecha, eco absurdo de un pasado que se obstina en no dejar morir: banderas con la gallina, gente que habla del 36 con una nostalgia asombrosa, como si el Caudillo fuera un entrañable abuelito cuya ausencia lamentan. Para ellos la Guerra Civil no fue una compleja tragedia desencadenada por un golpe militar ilegal e ilegítimo, sino una cruzada. Su idea de reconciliación nacional consiste en decir que la cosa estaba muy chunga y hubo que enderezarla a sangre y fuego. Es el reverso exacto de la extrema izquierda: misma ignorancia, misma estolidez, distinto uniforme. Dos caras del analfabetismo ibérico gritándose desde extremos opuestos mientras el país se queda en medio, harto y aburrido.

Y claro. No podían faltar los periodistas sectarios que no han dado una noticia en su vida, pero opinan según les llenan el pesebre. No leen, no contextualizan, no dudan: editorializan disfrazando la opinión de noticia. Y se lanzan al espectáculo con maneras previsibles para confirmar al espectador lo que ya sabemos de todos ellos. Aquí no se cierran heridas porque mucha gentuza vive de atrincherarse en ellas para dividir, señalar, movilizar. Pocos se atreven a decir lo obvio: que fue una catástrofe colectiva desencadenada por un sector del Ejército, que no hubo pureza moral, que la matanza fue general, que hubo héroes e hijos de puta en ambos bandos, y que usarla hoy como arma política es una forma repugnante de insultar a quienes nuestros padres y abuelos se vieron atrapados en aquel disparate.

Y así estamos, noventa años después: una izquierda irresponsable, una derecha incompetente, una extrema derecha que sueña con dictadores y una extrema izquierda que, si pudiera, haría listas de candidatos para la checa. ¿Por qué? La respuesta es tan española que da náuseas: porque casi un siglo después seguimos prefiriendo el eslogan al libro, el grito al argumento y el pasado como arma en lugar de como lección. Sean ustedes bienvenidos a nosotros mismos.

https://www.abc.es/xlsemanal/firmas/arturo-perez-reverte/arturo-perez-reverte-noventa-anos-despues-20260130195938-nt.html

28 enero 2026

Comunicado de Arturo Pérez-Reverte y Jesús Vigorra

Comunicado de Arturo Pérez-Reverte y Jesús Vigorra, coordinadores de Letras en Sevilla

La intención expresada en las redes sociales por grupos de ultraizquierda, proponiendo manifestarse de forma violenta ante el lugar donde está previsto celebrar la XI edición de letras en Sevilla ("1936: ¿La guerra que todos perdimos?") la semana próxima, nos hace aconsejar a Cajasol que aplace hasta nueva fecha los debates anunciados. Tal es el resultado de una campaña intolerable de presiones que desde el partido Podemos y medios afines se ha estado ejerciendo sobre algunos de los participantes, a fin de hacerles renunciar a su intervención en unas jornadas cuyo contenido éstos conocían perfectamente y cuya asistencia habían confirmado hace meses sin plantear objeción alguna.

En el programa de entrevistas y debates, como es habitual en Letras en Sevilla, se incluían encuentros con personalidades destacadas de la vida española, historiadores de prestigio, militares especializados y políticos de diversas tendencias ideológicas: un conjunto equilibrado, ecuánime y de altura intelectual. Sólo VOX (como ya ocurrió en anteriores ediciones de Letras en Sevilla) y Gabriel Rufián (ERC) se habían negado a asistir. Se procuró cuidadosamente que estuviesen representados todos los puntos de vista posibles, desde el ex presidente José María Aznar al actual ministro del Gobierno Félix Bolaños y la presidenta del Consejo de Estado Carmen Calvo, que confirmaron su asistencia, como también lo hicieron el coordinador de Izquierda Unida Antonio Maíllo, el ex presidente de la Comunidad de Madrid y ex Ministro Alberto Ruiz Gallardón, la vicesecretaria del PSOE de Andalucía María Márquez, el ex político Iván Espinosa de los Monteros, el teniente general Félix Sanz Roldán, el director de cine Alejandro Amenábar, el actor Juan Echanove y los historiadores Juan Pablo Fusi, Enrique Moradiellos, Pilar Martínez-Vasseur, Manuel Álvarez Tardío, Gutmaro Gómez Bravo, Zira Box, Fernando del Rey y Julián Casanova, entre otros nombres de extrema solvencia y reconocido prestigio.

Una semana antes de iniciarse las jornadas, y sin previo aviso a la organización, el novelista David Uclés (cuya asistencia estaba confirmada por él mismo para una conversación con el escritor Luis Mateo Díez sobre Guerra Civil, juventud y literatura), que conocía perfectamente desde hacía meses el programa de las jornadas, anunció en las redes sociales, en un tono lastimero e infantil que ofende cualquier inteligencia, su renuncia a participar debido a la presencia de Aznar y Espinosa de los Monteros. Su sorprendente anuncio, como si estuviera concertado de antemano, abrió lugar inmediatamente a una serie de intensas presiones personales desde el partido Podemos y sus medios políticos afines de extrema izquierda, en una desagradable campaña ejercida en las redes sociales y otros ámbitos (a la que se sumó el director del Instituto Cervantes Luis García Montero, cuya esposa, la fallecida novelista Almudena Grandes, participó gustosamente en otras jornadas de Letras en Sevilla denominadas "Literatura y Guerra Civil"). A esas coacciones públicas y privadas, con llamadas telefónicas a muchos de los intervinientes para que no asistieran a Sevilla, se fueron sometiendo vergonzosamente a lo largo de la semana, declinando la asistencia prometida, los políticos Antonio Maíllo (Izquierda Unida), María Márquez (PSOE) y Carmen Calvo (PSOE). En honor del resto de los asistentes previstos hay que señalar que a excepción del escritor Paco Cerdá, todos ellos, destacablemente el ministro Félix Bolaños y todos los historiadores con excepción de Zira Box, mantuvieron con gallardía su compromiso y confirmaron su asistencia.

Sin embargo, debido a que continuó la presión sobre los asistentes, las llamadas telefónicas privadas, las amenazas y la campaña en redes sociales incluyendo la incitación expresa a presentarse en la sede sevillana de la Fundación Cajasol para perturbar las jornadas, los coordinadores decidieron no exponer a Cajasol a los previsibles incidentes. Con la tristeza que nos causa que de manera tan irracional se hagan imposibles debates necesarios, donde participen de forma civilizada todas las voces, opiniones e ideologías posibles (como ocurrió en los años conciliadores de la Transición democrática), hemos aconsejado aplazar Letras en Sevilla XI, en principio hasta el próximo otoño. En honor al presidente de la Fundación Cajasol podemos añadir que en todo momento dejó en nuestras manos la decisión.

Es oportuno recordar que en 1982, tiempos mucho más tensos y difíciles que los actuales, el periodista José Luis Balbín convocó a un programa sobre las elecciones a Landelino Lavilla (UCD), Manuel Fraga (AP), Alfonso Guerra (PSOE), Santiago Carrillo (PCE), Agustín Rodríguez Sahagún (CDS), Luis Uruñuela (PSA), Miquel Roca (CiU) y Xabier Arzallus (PNV), y que todos ellos asistieron. Algunos pocos años después, Victoria Prego organizó un debate sobre el compromiso político de los intelectuales españoles invitando a Mario Vargas Llosa, Octavio Paz, Jorge Semprún, Fernando Savater, Juan Goytisolo y Manuel Vázquez Montalbán. Todos asistieron. Y que Manuel Fraga, padre espiritual del PP, presentó a Santiago Carrillo en el club Siglo XXI de Madrid en 1977. Es significativo y muy siniestro que ahora sean políticos y escritores de izquierda los que se niegan a hacer lo que hacían, con toda naturalidad, notorios marxistas como Vázquez Montalbán y Santiago Carrillo. La cobardía actual de cierta izquierda moderada y el retroceso en términos democráticos y liberales de la izquierda radical española, su progresiva decadencia, su sectarismo, mediocridad intelectual y la necesidad de mantener las heridas abiertas y la confrontación como único recurso político, son de una gravedad extrema. Demuestran que todo diálogo razonable es casi imposible y que el sectarismo sigue necesitando bandos, cordones sanitarios y enemigos imaginarios.

Para el próximo lunes 2 a las 17:00 está prevista en la sede de la Fundación Cajasol de Sevilla una conferencia de prensa en la que los organizadores y coordinadores darán todos los detalles oportunos sobre este particular.

Firmado:

Arturo Pérez-Reverte y Jesús Vigorra

La suspensión de Letras en Sevilla, pésima noticia para el pensamiento liberal

Sergio Vila-Sanjuán - La Vanguardia - 28/01/2026

El aplazamiento "sine die" del encuentro Letras en Sevilla consagrado a la Guerra Civil española, que iba a celebrarse la semana próxima, es una pésima noticia para quienes defienden el liberalismo en la cultura y en la sociedad. El pensamiento liberal descansa en la apertura al diálogo y la convicción de que la verdad de uno no necesariamente es la absoluta. Cuando se rompe la opción de que puntos de vista distintos sobre la realidad intercambien sus razones la sociedad inevitablemente se resiente.

Hace unos días el novelista David Uclés comunicó, ya a pocos días de su inicio, que se retiraba del programa porque no quería coincidir en el cartel con José María Aznar e Iván Espinosa de los Monteros. En el cartel, no en la mesa, ya que a él le tocaba conversar con el indiscutible Luis Mateo Díez. No ha sido, a mi modo de ver, una buena decisión, aunque estoy convencido de que Uclés no podía imaginar que el tema se complicara al nivel en que lo ha hecho.

Las presiones sobre los participantes -algunos de los cuales han cedido a ellas- y la intervención beligerante de integrantes del partido Podemos y figuras próximas a la formación que han seguido, incluso con amenaza de acciones agresivas, han llevado a los organizadores a replantearse la celebración. Una situación lamentablemente inaudita.

¿Qué es Letras en Sevilla? El encuentro auspiciado desde 2017 con carácter anual por el novelista Arturo Pérez Reverte y el periodista Jesús Vigorra en la Fundación Cajasol busca, precisamente desde una mirada liberal, propiciar en el plano cultural un intercambio de opiniones que en su equivalencia política cada vez es más arisco. Letras en Sevilla es lo más parecido hoy al desaparecido programa de Balbín 'La clave', que emblematizaba la voluntad de encuentro de la Transición. La convocatoria sevillana ha debatido la monarquía con partidarios de la institución junto a republicanos, y la estructura federal con autonomistas, centralistas e independentistas catalanes.

Ha reunido a la derecha, la izquierda, el centro y las distintas familias literarias, no siempre lo que se dice en buena armonía. Ha reivindicado al gran periodista Manuel Chaves Nogales, ha planteado los retos de la inmigración y ha discutido el mito y realidad de España. Es una apuesta por el necesario intercambio de pareceres y una bocanada de aire fresco en nuestro panorama cultural.

Siempre he disfrutado y aprendido en sus sesiones y lamento mucho tener que suspender mi participación de la semana próxima. Pero confío y espero, por el bien de nuestra vida cultural, que la sensatez se restablezca y que el diálogo vuelva a ser posible.

https://www.lavanguardia.com/cultura/20260128/11451840/suspension-letras-sevilla-pesima-noticia-pensamiento-liberal.html

26 enero 2026

"Hay gente que necesita las heridas abiertas y las trincheras para vivir en y de ellas"

Entrevista de Jesús Fernández Úbeda - 26/01/2026

Venía yo a dar mi opinión sobre la espantá zafia de David Uclés, quien, aun conociendo desde hace meses "la nómina de invitados y moderadores" de '1936: ¿La guerra que todos perdimos?', acto coordinado por Arturo Pérez-Reverte y Jesús Vigorra en la undécima edición del festival Letras en Sevilla, anunciaba este domingo en Instagram, sin su característica boina calada tan tiposinfames, que se apeaba malamente de la cosa porque participan el expresidente Aznar, "la persona que más daño físico ha hecho al pueblo español recientemente", y el jefe de la Fundación Atenea, Espinosa de los Monteros, "que ayudó a fundar un partido que atenta contra mi libertad de expresión, contra mi derecho a existir y que defiende unos valores que no comparto y contra los que lucho". Ea.

Le he preguntado a Pérez-Reverte sobre el tema, el académico me ha respondido y, como esto es un periódico, no un blog, y su palabra es mucho más interesante y relevante que la mía, ahí va: "En Letras en Sevilla no ha habido nunca ningún problema. Es la primera vez que lo hay. Este chico –Uclés– se está construyendo un personaje, pero podría construírselo con cosas menos serias que esta". El escritor ha remarcado: "Llevamos once ediciones y jamás hubo un solo problema. Hemos llegado a tener a gente de extrema izquierda y de extrema derecha conversando en un foro de debate absolutamente civilizado. Tuvimos no hace mucho a Juan Carlos Monedero y a Cayetana Álvarez de Toledo y nadie puso ninguna pega".

Continúa Pérez-Reverte: "En esta jornada, vienen el ministro Bolaños, periodistas de todas clases, historiadores de todas las sensibilidades y gente de todas las ideologías. Precisamente se trata de eso: de juntar en un mismo espacio de debate civilizado tendencias muy dispares para que el público pueda escucharlos, debatir y que saque sus propias conclusiones. Ese siempre fue el objeto de Letras en Sevilla y sigue siendo. Precisamente, reacciones como la de Uclés demuestran la necesidad de estos debates y también demuestran que hay gente que necesita las heridas abiertas y las trincheras abiertas para vivir en ellas y de ellas". "Me has dado el titular", le digo.

Antes de colgar, Pérez-Reverte añade una aclaración: "El título –de la jornada– lleva interrogación, pero por un error de maquetación no se puso en el cartel. Todos sabemos quién ganó y quién perdió en la Guerra Civil, es evidente, y cuáles fueron las consecuencias. La idea es que quien perdió fue España, en general. Efectivamente, perdimos una república, una ley del divorcio, una reforma agraria, perdimos emancipación de la mujer y volvimos medio siglo atrás. A esa pérdida se refiere el título y sobre esa pérdida se va a debatir". Nos mandamos un abrazo telefónico y colgamos.

No he leído 'La península de las casas vacías', novela jaleada por, entre otros, Iñaki Gabilondo, Joaquín Sabina e Ian Gibson, y denostada por varios columnistas y numerosos usuarios de redes sociales. Uclés me parecía un tipo listo, astuto, hábil, una suerte de Pedro Sánchez del ecosistema literario patrio contemporáneo que sabía dónde, cuándo y cómo debe estar, con quién se jugaba los cuartos y que ha encandilado, personal o profesionalmente –ahí no me meto–, a los tiburones editoriales. A su Nadal remito.

Qué va: ya quisiera Uclés tener el instinto malévolo y sagaz del presidente del Gobierno, lector de la criatura, o de sus asesores. Su sectarismo ha cristalizado en un delirio de grandeza absurdo, en un derrape fatal. Sólo un necio alienado por su ombligo y sus followers es capaz de firmar semejante majadería. Ahora me recuerda a Simón Pérez, el de las hipotecas: igual estamos ante un reto vejatorio por el que ha cobrado. Conociendo el percal, a quién le extrañaría.

https://www.libertaddigital.com/cultura/2026-01-26/jesus-fernandez-ubeda-perez-reverte-responde-a-ucles-hay-gente-que-necesita-las-heridas-abiertas-y-las-trincheras-para-vivir-en-y-de-ellas-7349380/